Francesco Laruffa nacque a Polistena il 27.12.1908 da una stimata famiglia di ebanisti , il cui capostipite fu tra quegli artigiani che vennero da fuori per partecipare alla ricostruzione della Città , devastata dal sisma del 5 Febbraio 1783.
Compiute le classi elementari nella Città natale , fu costretto ad interrompere per un certo tempo gli studi ,onde dedicarsi , date le difficoltà economiche in cui versava la famiglia , all’attività lavorativa paterna.
Svolse il servizio militare a Cremona , Città in cui doveva ,in prosieguo,realizzare due fondamentali traguardi,vale a dire il superamento da autodidatta del concorso magistrale e l’incontro ,in tale occasione ,con Cesira Fioni ,collega di studi nativa di Piadena (CR) , la quale sarebbe poi diventata sua moglie e madre dei diletti cinque figli ( Angelo , Anna Maria ,Leonardo , Giuseppe e Dario ) .
Insegnò nel circondario di Cremona nel Biennio 1935-1937 , presso le locali Scuole Elementari . Ottenuto il trasferimento a Polistena , ivi si dedicò con appassionata lena all’insegnamento elementare , riscuotendo stima e ammirazione generali. Frequentò nel contempo presso l’università di Messina il corso di Pedagogia e Filosofia , conseguendovi Laurea e diploma in Vigilanza Scolastica, titolo , quest’ultimo , che gli consentì di ottenere varie volte l’incarico di Direttore Didattico.
Partecipò al Secondo Conflitto Bellico Mondiale col grado di Ufficiale, distinguendosi per amor patrio e attaccamento al dovere.
Nel 1955 si trasferì con la famiglia a Roma , dovendo colà i figli più grandicelli ( Angelo e Anna Maria ) frequentare gli studi universitari .Costituì , questa , la svolta forse più dolorosa della sua vita, in quanto lasciare la “ sua “ Polistena fu per lui motivo di autentica pena fisica e psicologica.Allora sulla scia dei ricordi e del disappunto spirituale , diede corpo e forma ad una coinvolgente ed ispirata produzione poetica, poi raccolta nella silloge intitolata “ Nu Filu doru…”.Dedicò gli ultimi anni di vita alla stesura del “ Dizionario Calabrese – Italiano “ , pubblicato però postumo.
Morì a Roma il 19 Marzo 1972 , ma le sue spoglie vennero inumate , come era nel suo desiserio , nel cimitero dell’amata Città natale.
Ecco , in ordine cronologico, l’elenco completo delle sue opere edite:
La Chiesa della Trinità in Polistena e le sue reliquie sacre, tip. R.Pascale ,Polistena 1947;
Poesie di ieri e saggi folkloristici, Ed. Marafioti , Polistena1969;
Dizionario Calabrese – Italiano , ultimato nel 1972 e pubblicato postumo nel 1986 per i tipi D’Adnkronos libri Roma.
“ La Chiesa della Trinità in Polistena e le sue reliquie sacre “
Francesco Laruffa diede alle stampe nel 1947 questo primo, piccolo saggio con il quale , dopo aver fornito alcune brevi notizie storiche sulla Chiesa da lui particolarmente amata e frequentata sin dall’infanzia , riferisce , tra gli innumerevoli cimeli sacri ivi custoditi , soltanto su quelli risultanti avallati da autorevoli lettere di autenticazione ( litterae testimoniales ) vescovili o , addirittura , cardinalizie.Sul perché , sul come e sul quando essi siano pervenuti alla chiesa in questione il Laruffa confessa onestamente di non poter offrire contributi probatori ,in assenza, generalmente , di una sicura documentazione in merito. Eccone comunque l’elenco :
Le ossa di San Generoso Martire, provenienti dal convento dei Cappuccini di Polistena , distrutto dal Sisma del 5 Febbraio 1783 e mai più ricostruito ;
Alcuni capelli della Madonna ;
Santa Agnese Vergine e Martire ;
Santa Prassede Vergine;
Particella del mantello di San Giuseppe;
Particella della Croce del Calvario ;
Parti delle ossa di S. Urbano e di Santa Berta Martire;
Parti delle ossa di San Fausto;
Parti delle ossa dei Santi Massimo e Gaudenzio Martiri ;
Reliquie dei Santi Fedele , Milvo e Venanzio ;
Parte della veste di San Felice di Valois Confessore;
Parti delle ossa di un “ S. Michaelis a Sanctis “ ;
Parti delle ossa di un “ S. Joannis de Matha Confessoris “ ;
Altre parti delle ossa dei Santi Gaudenzio e Fausto Martiri , oltre a quelle contenute , rispettivamente , nelle teche di cui ai numeri 8 e 9.
C’è da osservare che il Laruffa denota , nel dare conto delle surriportate reliquie ,di possedere un raffinato spirito critico e un marcato senso dell’oggettività , non tralasciando di garbatamente ironizzare su attribuzioni , sia pure autorevolmente certificate , non in accordo , però, con la comune ragionevolezza.
Particolarmente emblematico ( per Lui che del dialetto indigeno era già apprezzato difensore e puntuale interprete ) è quanto il Laruffa annota a proposito dei due esametri latini , a firma del Sindaco di Polistena , Carmine Manfrè , ma probabilmente del latinista Pasquale Pilogallo , scolpiti nel 1810 su lastra marmorea ( i due esametri così suonano : Curas moerentes linque ,eja animique dolores , montes neptnunque vides et munera campi : Orsù , metti da parte i problemi del presente e le pene dell’anima , ammira i monti , il mare e la vegetazione della Piana ) poi appesa sulla facciata del campanile della Trinità , incomprensibili per l’incolto uomo della strada , il quale , indispettito , sembra così sbottare : “ A che serve questo « latinorum » se non lo capisco ? Meglio era scrivere in Italiano o addirittura in dialetto Calabrese “.
Il Dizionario Calabrese-Italiano
Di quest’opera , che lo tenne impegnato gli ultimi anni di vita, va innanzitutto sottolineata l’originalità , specie se ricondotta all’intenzionalità che ne ha costituito il motivo ispirativo e , quindi , la consequenziale , paziente attuazione. Tale intenzionalità , esplicitamente confessata nella breve prefazione dallo stesso autore , si configura come esigenza di raccogliere e rendere consultabili le modalità espressive della parlata Polistenese , la quale , pur riportata ovviamente al più generale impasto del dialetto calabro-reggino , presenta indubbie peculiarità fonico-espressive .L’interesse del Nostro , quindi , si è concretamente attuato nella insistita e capillare ricerca delle cadenze sintattico-verbali indigene , ma volutamente trascurando di curarne gli etimi , appunto per evitare di venir meno al proposito di non conferire al lavoro il carattere di una trattazione generalizzata della lingua Calabra . Ciò, contrariamente a quanto potrebbe sembrare , non sminuisce certo la valenza dell’opera , anzi ne valorizza la sostanza , venendosi essa a configurare come uno dei più solidi e coerenti contributi offerti nel tempo in ordine all’individuazione del patrimonio linguistico della Patria d’origine. Non a caso le singole voci selezionate e registrate risultano quasi sempre corredate da esplicativi detti proverbiali , risonanze religiose , mottetti che valgono a meglio conferire ad esse la pregnanza propria della lingua parlata . Ecco qualche significativo esempio : “Ddeu (Dio) : Ddeu mu ndi scanza e llìbbara ; Ddeu mu ndi scanza d’’umalu vicinu e d’’u principianti i violìnu “ ; “ Dijùnu (Digiuno) : ‘U sàzziu no ccanùsci ‘u dijùnu “ ; “ Dolìri (Dolersi) : à crapa si mungi e ‘u zzìmbaru si doli “ ; “ Fari ( Fare ) :’A gatta prescialòra faci ‘i gattarèdi orbi ; Mali no ffàri e paùra no nd’avìri “ ; “ Filettu (Schiena) : Mègghiu ‘na bbotta ‘i scupetta ca ‘u ventu ‘ntra ‘i filetta “ ; “ Focu (Fuoco) : Focu chi mi càtti e m’abbampàu “ ; “ Focarèdu (Focherello) :’A Madonna d’’u focarèdu “ (espressione propria polistenese , riferentesi alla Madonna dell’Itria , la cui festa cade a Polistena la prima domenica di luglio , cioè nel periodo più caldo dell’anno) ; “ Pèdi (Piede) : Camìna a llòngu ca ti coddìjanu ‘i pèdi “ . E così via .
Come sopra accennato , è , certo , innegabile che il dialetto di Laruffa va ricondotto a quello del nucleo linguistico reggino , a sua volta derivante dal più vasto contenitore calabro-siculo , detto anche meridionale estremo.Come tale esso ha inevitabilmente in comune con quest’ultimo l’impronta che rimanda alle presenze dei vari popoli dominatori che si sono succeduti e stanziati , alcuni di essi rimanendovi per secoli , sul territorio dell’estrema punta italica nel corso della storia. Non a caso , anche nel dialetto polistenese è da notare la presenza di termini che risalgono al greco ( per lo più nella forma bizantina , in virtù della secolare presenza in loco dei monaci basiliani ) ,al latino(appreso non certo dai dominatori romani , quanto piuttosto attraverso il medievale innesto degli influssi normanni ) , agli stilemi propri della parlata franco-angioina , a quelli arabi nonché a quelli spagnoli…
Ma oltre a ciò , c’è da osservare che il dialetto del Dizionario di Laruffa si presenta avendo già conseguita una sua ben delineata specificità , del tutto purgato com’è dalle modalità fonetiche che per tanto tempo lo videro assimilato , in posizione recettiva , soprattutto a quello della vicina S.Giorgio , per secoli centro del Feudo di cui ha fatto parte anche Polistena .Così , ad esempio , l’avverbio ja( là )e i pronomi ija,iju,iji ( essa , egli , essi ) , tipici della parlata sangiorgese , sono ormai divenuti rispettivamente da , ida , idu , idi , a coronamento di un processo lessicale che ancora in Felice Rovere ( sec. XVIII ) vedeva il dialetto polistenese del tutto assimilato a quello sangiorgese , nel Valensise ( anni Cinquanta-Sessanta del Sec.XIX ) si presentava in forma promiscua (camumìja, ma anche gadinèda ) , laddove in Vincenzo Rovere ( Sec.metà del Sec. XIX ) segnava l’avvenuta , definitiva sostituzione della “ j “ con la “ d “ .
Il Laruffa mostra di essere ben al corrente di una tale fenomenologia , rimanendo sempre attento a rilevare e a dare contodella simmetria tra la testimonianza letteraria circa l’acquisizione di una determinata peculiarità gergale , e la corrispondente cadenza della lingua parlata .Con ciò , naturalmente , non trascurando di rimanere sempre aperto alla registrazione di ogni sia pur minima evoluzione neologica , pur se rigorosamente coerente con l’impianto linguistico originario .
In un tale contesto Egli offre una rassegna di termini e di accenti , nel numero di oltre seimila , frutto di quella passione indagatrice e di quel rigore selettivo che gli hanno consentito di ricostruire con esiti ammirevoli la secolare dinamica linguistica della terra natale , relativa ad un ambito temporale di parecchi secoli.
Poesie di ieri e saggi folkloristici
Le poesie comprese in tale raccolta, edita coi Tipi Marafioti di Polistena nel 1969 , si riferiscono ad una selezione che va dal 1928 al 1969 , anno , quest’ultimo , cui risale il componimento intitolato “ A Polistena “ che , al posto di chiudere cronologicamente la rassegna , è dall’Autore volutamente collocato all’inizio , intendendo Egli così indicare il paese natio quale epicentro dell’intero iter compositivo. Il volumetto si compone di appena quattordici poesie che , però , si rivelano sufficienti a fornire un quadro plastico ed incisivo dei ritmi di vita e delle costumanze del popolo di appartenenza nel corso del tempo.Le parole con cui il Laruffaorganizza e dispiega il suo libero canto consentono di conferire forza alla purezza dell’ispirazione e si rivelano altrettante tessere di un fascinoso mosaico , nel quale dominano , visibili e tangibili , i temidel rimpianto e della nostalgia . Ma , si badi , il Nostro , aldilà delle apparenze , non attende alla proposizione antistorica di ogni aspetto del passato , in quanto inteso quale modello insuperato cui tendere , limitandosi piuttosto il suo verso a rimpiangerne gli smarriti capisaldi etici , stravolti da un presente impietosamente dissacratorio . “ Ah… Quandu penzu a lu tempu passàtu ,/ crìdimi ciangiu comu a nnu cotraru …/E mmo tuttu finìu ,no nc’è riparu…”.
Come può rilevarsi , qui si è al cospetto di una sciolta cadenza semantica che rifugge marcatamente da una sua implosione “ in pessimi neologismi o in voci orribilmente italianizzate “ , come seccamente sottolineato nella prefazione dallo stesso autore .Ecco qualche altro esempio di tale purezza espressiva : “ Se mmi guardàti vui , bedha figghiòla , /cu ss’occhi nigri , no ssi dunapaci/ stu cori , e ddi lu pettu si ndi vola/ca sulu ‘nzemi a vvui vorrìa mu staci…” ; e ancora : “ Oh, zappa chi ddi pàtrima jeu t’eppi /pe ddota , senza n’atra reditati,/dillu puru gridando se ti seppi /’ntinnàri forti ‘ntra li paricchiàti “.
L’insistita ricerca di un’originaria identità trovadorica , ritenuta dal Nostro quale contrassegno proprio delle “ antiche ballate popolari “ , raggiunge momenti di rara forza estetica che coinvolge ed intriga l’animo del lettore : “ Sonava‘na zampogna chianu chianu ,/’na vecchia appassionata meludìa ,/criscìa lu sonu … si perdìa luntanu/ e ppoi tornava comu pè malìa “ ; oppure : “ Oh, quantu zzippuli ‘ntra la padhedha /l’anni passati pe’ li contrari ,/quandu la vita era cchiù bedha,/senza sti gròmula , sti peni amari ! …”.
Nella poesia intitolata “ A Polistena “ , preludio e sigillo insieme dell’intera raccolta , il poeta , ormai distantedefinitivamente dal paese natio , risolve in vibranti note d’amore il bisogno di esaltarne i meriti storici , la singolare amenità paesaggistica e la sua fama di “ Parrera d’ingegni “ .”Polistena , mi pari ‘na reggina/seduta ‘ntra ‘nu tronu d’olivàri,/lu suli chi t’abbàsa la matina/ti ggira e poi si jetta ‘ntra lu mari “.Particolarmente struggenti poi sono i versi che chiudono il componimento : “Quantu cunzùlu è verzu tia tornàri/a ccui ti fù luntanu pe tant’anni,/pari nu sonnu…si torna contrari,/scumparinu li peni cu l’affanni! …”.
Il ricordo della “ sua “ Polistena , ormai solo oniricamente riabbracciabile , nutre al presente la mente ed il cuore del Nostro, ponendosiquale unico rimedio , nella sua pressante incursione , alla dura realtà di una lontananza mai accettata.
Nel medesimo volumetto, alla rassegna poetica fa seguito una sezione dal titolo “ Canti religiosi nel folklore calabrese “ , frutto di una capillare ricerca che consente al Laruffa di offrire degli eccezionali esempi di “ grazione” (devozione) popolare. Il Nostro propone brani di alcuni canti , ancora udibili , sebbene sempre più raramente , nelle Chiese Polistenesi , in cui la richiesta di grazia ai Santi e, soprattutto, alla Madonna si risolve in stupende intonazioni gergali, riecheggianti la semplicità e la schiettezza della spiritualità della “ sua “gente.
Il volumetto si conclude con il breve saggio intitolato “ Valore educativo del gioco del bambino nel nostro folklore “ . In esso l’autore non solo riversa la propria competenza professionale in ordine alle problematiche psico-pedagogiche , ma fornisce anche una dettagliata , preziosa descrizione del gioco del “ sorcio “ (“ ‘U sùrici “ ) , tipico a Polistena del periodo autunnale , oggi non più praticato,riproducendone accuratamente le varie fasi e mettendo in evidenza come fossero del tutto formativi gli effetti che esso era in grado di provocare nei ragazzi relativamente allo sviluppo del calcolo delle distanze “a colpo d’occhio “ e alla precoce assunzione dell’idea del cerchio , della linea , del centro e così via…
‘Nu filu d’oru (canti della nostalgia)
In tale volumetto , edito nel 1971 ( un’anno prima della morte ) sono raccolte delle poesie composte dal Laruffa in vario tempo , fino alla data della loro pubblicazione.Diviso in due sezioni , di cui la prima , di quattordici poesie , intitolata “ Tuffo nel passato “ e la seconda , dal titolo “ Nella rete“ , di otto poesie , esso presenta , a mo’ di voluta caratterizzazione del tutto , un componimento d’ingresso , intitolato , appunto , “ ‘Nu filu d’oru…” , nel quale i congeniali temi del ricordo e del rimpianto della sana frugalità del passato si pongono , ancora più marcatamente rispetto alla precedente silloge , quale non eludibile assillo esistenziale : “ Cògghi lu fusu li penzèri me’/stritti a ‘nnu filu fattu di ricordi ,/ di cosi vecchi chi nno ssai mu scordi,/di lu tempu chi nc’era e mmò no nc’è…”.
Ed è proprio il ricordo , lucidamente vigile , che si dispiega in irrefrenabili accenti di sdegno , allorché , in occasione di uno dei suoi sempre più rari ritorni al paese natìo , il poeta ha modo di notare lo snaturamento di una realtà che , nel profondo della sua interiorità, si è venuta ormai consolidando quale immutabile geografia spirituale : “ Vacàli , mi perduni se mmi ‘mpicciu/di comu fusti e comu resti ancora ./di quando nc’era cu’ facìa lubricciu/e rrina cu lu crivu mentìa fora./Nc’e ppuru cu ricorda ca ‘na vota ,/ammènzu a l’acqua tua bbedha e pulita,/l’angidha si piscava cu la trota/ch’avìanu carni duci e sapurita “.
Parallelamente ad un tale sfogo memoriale , vengono via via liricamente poste in essere le trascorse , belle consuetudini , nonché la schietta semplicità con cui , ad esempio , si soleva trascorrere la festa paesana : “La ggenti ggià di càglia e mmustazzòla/inchiùtu avìa li bbuggi e li faddàli,/la mamma tenìa d’occhiu la figghiòla/’ntra cchidhu stringi stringi generali… .
Non manca , nella raccolta in esame a riprova che il Nostro non intende assolvere in toto il passato , non esitando a bollarne gli aspetti non in linea con il rispetto della dignità dell’uomo, la rappresentazione dei rapporti tra il signorino , proprietario terriero, e il colono , quest’ultimo individuato quale vittima di una forzata sudditanza , all’interno di un clima sociale ancora illiberale e sperequato : “E aspetta ‘n’ura ! ddui ! Ncigna a ssonàri/ già menzijòrnu e ancora lu patruni/s’avìa a lu spècchiu forzi allicchettàri/e Cicciantòni fora a lu portoni!/Poi finarmenti (no ssapìa cchiù l’ura)/,senti ddu passi …Povari vedani!/lu signurinu nesci cu la gnura :/ - Ntoni – nci dici – torna podomàni!...
Ma più che i temi di stampo politico-sociali , del resto solo raramente rintracciabili nella sua produzione poetica, al Laruffa interessa insistere nell’evocazione del mondo incontaminato della suainfanzia e della sua giovinezza , per cui ad esso e ai suoi edificanti risvolti etici torna insistentemente a dedicarsi , usando toni di raro vigore estetico: “Atri tempi, atri usanzi, atricostumi ! /Lu focularu è mortu cu la fiamma, / ma tu vorrìssi ancora pemmu adhumi /lu bellu focu chi ffacìa la mamma; / pemmu menti vicinu a ddu’ tizzoni , / li pignatèdha tundi, ‘mpommicàti, /mu vai comu ‘na vota mu t’addùni /se manca l’acqua, se bbonnu accivàti !”.
Tra i componimenti della raccolta fa poi spicco quello intitolato “’U Circhiu”, che costituisce senz’altro uno dei punti più alti di tutta la produzione poetica del Nostro. In esso i motivi del ricordo e del rimpianto si concretizzano in accenti che vanno oltre l’ambito personale per assumere più che mai una dimensione universale, riferiti come sono all’articolazione di uno stile esistenziale privo, certo, del conforto degli agi sociali odierni, e tuttavia a misura d’uomo: “ Vinni ‘nu jòrnu, fu l’urtima ‘mbrocca,/l’urtimu circhiu fu, l’ùrtimu ggiru…/se nno dassàsti scrittu:‹‹ No ssi tocca », /’na lagrima dassàsti e ‘nnu suspìru…”.
In versi come questi si rinviene la maliosa cadenza, tipica delle più ispirate produzioni poetiche, per cui, non a caso, essi riescono a penetrare in maniera incontenibile nell’anima di chi legge, provocando l’insorgere in essa di un sentimento di commossa immedesimazione.
Parimenti colpisce, in altra parte della silloge, l’ispirato incalzare dei flussi memoriali, resi sempre con calibrato tono melodico, in cui all’amara constatazione del definitivo tramonto di tutto un mondo di valori corrisponde, per linee parallele, la confessata impossibilità di conciliarsi con un presente del tutto estraneo alle profonde radici del proprio essere: “Mma no ‘nc’è cchiù, volàu comu ‘nu ‘ncantu, /la hjòcca d’oru cu li soi pudhìa, / chi, ‘ntra li mura, cumparìa ogni ttantu / quand’era cotraredu e nci cridìa ! …”.
Il fascino che promana da tali versi è senza dubbio da attribuire al loro coinvolgente assetto stilistico, in grado di agevolare l’introduzione di chi legge in una rarefatta e sublimata atmosfera catartica, grazie anche alla non rara incursione di efficaci risonanze onomatopeiche: “Rina d’argentu e ccòccia di granati, d’ogni ggranu nescìa ‘na stidha d’oru…/ e tutti chi guardàvanu ‘ncantati / chiovìri di lu celu ‘nu trisòru ! …”.
In definitiva una produzione poetica, quella del Nostro in cui l’amore sconfinato per la terra d’origine ed i temi del rimpianto di ciò che rendeva eticamente più pulito il mondo della trascorsa civiltà contadina si compongono in una suggestiva galassia di accenti autoctoni che, annodati come sono in armonica trama lirica, costituiscono senza dubbio un eccezionale eredità letteraria.
Bene hanno fatto perciò gli amici della neonata “Associazione culturale”, significativa espressione dell’attuale “renaissance” teatrale polistenese, ad intitolare a Francesco Laruffa la loro istitituzione.
Ciò costituisce il confortante segno che l’accorato richiamo del poeta ai non dimenticabili protocolli etici, attraverso i lemmi e le cadenze della lingua natia, vanno sempre più trovando nelle nuove generazioni sincera ed ammirata condivisione.
Vincenzo Fusco Polistena novembre 2008
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